Ismaele dice :« ...
andarmene un pò per mare, a vedere la parte del mondo ricoperta dalle acque. È uno dei miei sistemi per scacciare la tristezza e regolare la circolazione del sangue. Ogniqualvolta mi accorgo che la ruga attorno alla mia bocca si fa più profonda; ogniqualvolta c'è un umido tedioso novembre nella mia anima...; e, specialmente, ogniqualvolta l'insofferenza mi possiede a tal punto che devo far appello a un saldo principio morale per trattenermi dal discendere in strada e buttar giù metodicamente il cappello di testa ai passanti, giudico allora che sia venuto il momento di prendere il mare al più presto possibile...»
Io, Morquan, prendo il mare con il mio kayak rosso.

14 febbraio 2013

b/n





Bianco o nero.
È arrivato il momento di scegliere.






19 aprile 2011

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Vittorio Arrigoni ora é qui.


29 gennaio 2011

Come un'onda.


Le chiavi, non le trovo mai. Eppure sono tante, pesano, suonano.
Trovate. Mentre apro la porta, mentalmente metto in sequenza le poche mosse che mi porteranno a chiudere la giornata.
E' tardi, anche oggi ho fatto tardi.
Piatti, panni, cibo. Lavello, lavatrice, cucina.
Rapida occhiata alla volta della grotta che abito.
La macchia di umido che ho sulla testa è viva.
Frigorifero. Mi apro una birra e sento troppo silenzio.
Accendo la televisione.
Primo sorso. Troppo lungo, rischia di essere l'unico.
Telecomando. E' iniziata da un pezzo la trasmissione con il bravo scrittore e il buon conduttore, troppo buono per i miei gusti.
Apro il rubinetto. Acqua, spugna e detersivo.
Attacco con i bicchieri e le tazze.
Per ultima la padella: dà grande soddisfazione.
Dal lavello d'acciaio note di sottofondo.
Il buon conduttore cambia tono.
E' morto Mario Monicelli, dice, si è suicidato.
Le parole mi sbattono sul petto ed espiro un piccolo gemito.
Resto sorpreso dalla mia reazione. Ma ho la sensazione di dolente vuoto che si avverte nella mancanza di un affetto di riferimento.
Per la sua passione e il suo rigore adolescenziale, mi era compagno.
Per i suoi occhi sugli uomini, mi è maestro.
Era la storia e la voglia di futuro. Ero contento che ci fosse.
Malato e depresso, dicono. Ha mollato, con rabbia penso.
Poi l'inopportuno e irritante applauso in studio,
per cancellare il lutto.
Si usa così da noi: per scacciare il dolore si battono le mani.
La notte passa e mi sveglio con i notiziari del mattino.
Malato e depresso ripetono, a 95 anni si è lanciato dalla finestra.
Acqua sul fuoco, per il mio caffè lunghissimo.
Poco zucchero, perchè l'amaro che ho in bocca
ha bisogno di una terapia a scalare.
E, prima dei miei, indosso i panni del Vecchio.
95 anni e malato,
e i soffici ricordi di una vita fortunata in cui sprofondare e perdersi.
No, non avrei la forza di girare la maniglia e saltare.
Stendo miele di castagno: ne sto venendo fuori.
Penso al Vecchio così pieno che non si rassegna e sceglie il vuoto.
Penso al Vecchio così vivo che decide di morire.
Aggiungo zucchero al caffè: sono pulito.
Non si è spento un uomo.
E' esplosa una vita.
Come un'onda che frange.





11 gennaio 2011

Più o meno



Non sono analizzabile entro un insieme finito di elementi.
Non sono riferibile alla matematica del discreto.


SONO ANALOGICO.




09 dicembre 2010

Il salotto buono


Passeggio per il "salotto buono" della città. Molta gente per la strada. Fatico per il mio ginocchio stanco. Mi urtano e devo fare attenzione. Quindi alzo gli occhi, focalizzo l'obbiettivo che voglio raggiungere e procedo schivando e attaccando. Tempo, distanza e premonizione, così cerco di eludere il flusso di umanità che si muove in senso contrario al mio.
Osservo l'orda nemica e, dopo un attimo di smarrimento, divento spietato.
Voglio il sangue di questo esercito di miserabili, vestiti di cartamoneta, che, ruttando un vocabolario di dieci parole, nascosti dietro paraocchi fumè, brigano per un posto in fila all'ingresso di cappelle gentilizie, per comprare un chilo di interiora di pollo al prezzo di un uovo d'oro.
Ma sono troppi e io mi sento solo.
Fuggo dal salotto e batto in ritirata nel mio sottoscala.
A calcolare una nuova rotta.




21 novembre 2010

Le belle bandiere


"Cosi mi desto,
ancora una volta:
e mi vesto, mi metto al tavolo di lavoro.
La luce del sole è già più matura,
i venditori ambulanti più lontani,
più acre, nei mercati del mondo, il tepore della verdura,

lungo viali dall'inesprimibile profumo,
sulle sponde di mari, ai piedi di vulcani,
tutto il mondo al lavoro, nella sua epoca futura.

Ma quel qualcosa di "bianco"
che a lettere greche
mi presentò, irrevocabile, il sogno conoscitore,
mi rimane addosso - vestito,
al tavolo di lavoro.
Membrana, pasta, o calce
nelle ciglia, agli angoli degli occhi:
il biancore baroccamente friabile,
di spugnoso materiale comacino, del sole nel sonno.

Di quel biancore fu il sole vero,
furono i muri delle fabbriche,
fu la stessa polvere (nei pomeriggi secchi, quando
il giorno prima è un poco piovuto)
furono gli stracci di lana,
le giacchettacce bige e i calzoni sfilacciati
degli operai:
fu di quella sostanza
la calura oppressa dal ricordo di primavere
sepolte da secoli
in quegli stessi sobborghi o paesi,

- e pronte, Dio!
pronte a rinascere,
su quei muretti, su quelle strade.
Su quei muretti, su quelle strade,
imbevuti di strano profumo,
asiatico - primule, strame, passaggi
di vecchie pecore scure - fiorivano nel tepore
i meli, i ciliegi. - E il colore rosso
aveva una brunitura, come
se fosse immerso in un'aria di caldo temporale,
un rosso quasi marrone, ciliege come prugne,
pometti come susine: e occhieggiava, quel rosso
tra le brune, intense
trame del fogliame, calmo, come la primavera
non avesse fretta,
volesse godersi quel tepore in cui fiatava il mondo,
quelle grida di operai, che erano quasi silenzio,
solenni e attutite,
nel biancore
del caos di muretti, marciapiedi di terra fangosa,
sagome di fabbriche.

E, su tutto, lo sventolio,
l'umile, pigro sventolio
delle bandiere rosse. Dio! belle bandiere
degli Anni Quaranta!
A sventolare una sull'altra, in una folla di tela
povera, rosseggiante, un rosso che traspariva
violento, con la miseria delle tovaglie,
dei copriletti di seta, dei bucati delle famiglie operaie,
- ma col fuoco delle ciliege, dei pomi, violetto
per l'umidità, sanguigno per un po' di sole che lo colpiva,
ardente rosso affastellato e tremante,
nella tenerezza eroica d'un'immortale stagione."


Pier Paolo Pasolini: "Le belle bandiere"

17 marzo 2010

Ici on dance


Creazione. Distruzione. Creazione.
Rivoluzione:
mutamento improvviso e profondo che comporta
la rottura di un modello precedente e il sorgere di un
nuovo modello.

"Ici on dance"
mi scriverò addosso,
come qualcuno fece sulle macerie della Bastille.
Il mio sangue mi darà la vita e avrò pensieri felici.
Ho un piccolo pensiero felice.

Sottosopra:
avv. in maniera tale che la parte di sotto venga sopra;
est. e fig. in uno stato di grande disordine, di grande confusione,
di grande turbamento;
s.m. solo sing. disordine, scompiglio.

Sottosopra.
Come le nasse in cielo.

24 febbraio 2010

La spada di Damocle


Da Wikipedia: "Secondo il racconto di Cicerone, Damocle è un principe particolarmente adulatore alla corte di Dionigi I di Siracusa, un tiranno del IV secolo a.C.. Nell'aneddoto Damocle sostiene in presenza del tiranno che egli sia una persona estremamente fortunata, potendo disporre di un grande potere e di una grande autorità. Dionigi gli propone, allora, di scambiare con lui i rispettivi ruoli per un giorno, in modo da poter "assaporare" tale fortuna. Damocle accetta. La sera si tiene un banchetto, durante il quale inizia a tastare con mano i piaceri dell'essere un uomo potente. Solo al termine della cena nota, sopra la sua testa, la presenza di una spada affilata, sostenuta da un esile crine di cavallo. Dionigi l'aveva fatta sospendere sul capo di Damocle perché capisse che la sua posizione di tiranno lo esponeva continuamente a grandi minacce per la sua incolumità. Immediatamente Damocle perde tutto il gusto per i cibi raffinati che sta assumendo, nonché per le bellissime ragazze che gli stanno intorno e chiede al tiranno di voler terminare lo "scambio", non volendo più essere "così fortunato".
La
spada di Damocle è una metafora utilizzata molto frequentemente in riferimento a questo racconto. Essa rappresenta l'insicurezza e le responsabilità comportate dall'assunzione di un grande potere. Da una parte c'è il timore che il ruolo di potere possa essere portato via all'improvviso da qualcun altro, dall'altra che la sorte avversa ne renda molto difficile il suo mantenimento.In genere tale espressione viene usata per indicare un pericolo incombente e/o inevitabile."

Cambio punto di vista e vedo un uomo di grande potere che manipola un ingenuo.
Vedo un vero potente che crea e gestisce un pericolo dal quale si tiene ben lontano.
Vedo il potere che si nutre di paura.
... spada, straniero, inferno, fame, malattia...

A proposito di malattia

Gran paraculo 'sto Dionigi!

26 gennaio 2010

Less is more


Less is more, less is more, less is more...
Una frase, una formula da ripetere per rompere l'incantesimo che mi incatena ad una vita programmata al consumo delle vita stessa."Less is more" diceva Mies van de Rohe.
Sottrai, togli, diminuisci, elimina, cerca l'essenza. Ritrova l'emozione di uno spazio, la densità di
un suono, il senso di una parola, il significato di un gesto.
Less is more, less is more, less is more...

E quindi kayak e bici a ruota fissa perchè, come dice Mastro Rotafixa :"...noi siamo sempre in movimento, anche quando dormiamo; perchè la nostra é una specie nomade che ha passato oltre un milione di anni a spostarsi nella savana raccogliendo i resti lasciati dai predatori e imparando ad essere specie predatrice essa stessa.
Muoversi sulla base del proprio metabolismo costa fatica, e questo ci ha insegnato il senso del limite.
Senso oggi scomparso, o fortemente depresso. Ci sentiamo onnipotenti. Il segno della nostra presunzione lo possiamo vedere guardandoci intorno: le nostre città, i nostri schiavi meccanici che ora sono diventati i nostri padroni e carnefici, la nostra nobiltà sepolta sotto desideri indotti e la paura di un futuro assente mentre devastiamo il nostro presente.
Torniamo al movimento semplice. Riappropriamoci del nostro primo mezzo di locomozione: il corpo."


E ancora :"...Concentrazione. Fluidità. Modulazione dell'avanzamento. Si é contemporaneamente motore, freno e cambio. Si comincia a prevedere l'accadibile. Si sviluppano capacità divinatorie.
Valuti velocissimamente una serie ampia di possibilità e punti su quella più probabile, in meno di niente. Un viaggio sul filo senza la rete sotto. Impari ad apprezzare la non ricerca del rischio, in tempi che ancora propongono adrenalina ad un tanto al chilo, mentre ora la utilizzi solo quando serve, come giusto, come dovrebbe essere. L'inciviltà si allontana dalla tua persona con un passo deciso: sei responsabile al grado massimo della tua azione.
L'opposto dello sciagurato no limits: coscienza del limite, come mai prima. Ma, allo stesso tempo, dimostrando sul campo che ciò che si pensa impossibile é in realtà solo un'altra cosa rispetto a ciò che conoscevi. Calabrone e elicottero non possono volare, secondo la logica.
Tu accartocci la logica e vai."


Ricordando ciò che dice Thoreau :"...il costo di una cosa è l'insieme di quello che chiamerò vita che, subito o a lungo andare, bisogna dare in cambio per ottenere la cosa stessa..."

17 dicembre 2009

OP...là!


...OP...OP...OP
zompetto giulivo


in viso rosso come il mio kayak.

Come spesso i miei occhi ultimamente.


Grazie Ugo.
Thank you Richard.

13 dicembre 2009

!!! DLEN !!!



produci, consuma, crepa.
dlen: apre la cassa quattro.
rapida la fila si divide in fughe
a consumare primi il rito.
prima pagare, prima consumare.
ma per crepare un po’ alla volta.
non prima di aver prodotto un altro
che produca. che consumi. e crepi.


è nella lingua tutto il dolore. parole che significano troppo. troppe cose. anche contrarie. sillabe
sottili e silenziose sfrecciano come stiletti. così che il vortice di lettere t’avvolge in spire a soffocare
i sensi. anche te. proprio il tuo senso.


erano chiusi i tuoi occhi. e i miei. ma fissi negli
inciampi futuri. verso il niente a venire. e che
inizia ogni giorno col giorno e finisce ogni notte
col buio. nei sogni a cui s’avvinghia stretto al
domani di sempre. allo stesso alone d’inchiostro

Degli autori solo uno usa il kayak.
Ma sono tre inuit.

Per chi volesse curiosare:
ilteoremadelloscaffale@gmail.com

19 novembre 2009

Arte no-brand

Italsider. Coroglio. Bagnoli.
Italsider: il sogno di una industria napoletana che possa creare sviluppo e occupazione.
Coroglio: l'incubo della devastazione di un tratto di costa che ti stordisce con la forza che ha un luogo così pieno di storia, umanità, bellezza.
Bagnoli: la realtà di un quartiere-paese, dalla nascita in continua metamorfosi.


Per me, il fascino struggente di una zona di confine tra paradiso e inferno, lo stupore di momenti surreali che qui ho vissuto, la gioia di un contatto libero col mare, in questa città paradossalmente precluso.

Mi regalo una nostalgica pagaiata tra i pontili della fabbrica.
Ho in regalo una stupefacente mostra di arte no-brand.





Di arte e brand ne parla qui Tommaso Pincio.

07 novembre 2009

L'anima


"...Chiudo con un racconto proprio di Salamov.
Salamov si trovava in un gulag, e nella sua baracca avviene un'ispezione.La polizia chiede di consegnare tutta una serie di cose esterne al proprio corpo: gli arti artificiali, le dentiere, tutte le protesi. E allora fra questi prigionieri
c'è chi si toglie la dentiera, chi si leva l'occhio di vetro, chi si smonta la gamba. Ma Varlam Salamov è molto giovane, è sano, e quindi la polizia scherzando dice: " Tu cosa ci consegni? ". E lui fermo: " Niente ". Allora dice la polizia: " Tu ci consegni l'anima ".
Salamov risponde così, d'istinto: " No, io l'anima non ve la consegno ". Al che quelli continuano:" Un mese di punizione se non ce la consegni".
" No, non ve la consegno."
" Due mesi di punizione se non ce la consegni."
" Io l'anima non ve la do."
" Quattro mesi di punizione" che nei gulag significa quasi morte certa.
" L'anima non ve la do."
Dopo i quattro mesi di punizione, Salamov sopravvive e scriverà: " Io per tutta la vita non avevo mai creduto di avere l'anima ".

Roberto Saviano " La bellezza e l'inferno - Discorso all' Accademia di Svezia"

04 novembre 2009

Giovanni



Giovanni, classe 1950, operatore subacqueo, vive e lavora a Pozzuoli. L'ho conosciuto questa mattina sul pontile della Lega Navale. "Vento di terra, non ti allontanare" mi ha detto preoccupato. Gli ho risposto, un po' piccato, di stare tranquillo, che avevo già calcolato tutto. E lui, quasi a scusarsi, mi racconta di quando, bambino, sfruttava questo vento per raggiungere una spiaggia vicina a bordo di un sandolino, usando un ombrellone come vela. Poi aspettava la termica di mezzogiorno per tornare a casa. Quando era bambino non era come oggi che tutti hanno paura di tutti. I suoi genitori lo lasciavano libero di stare a mare con gli amici e "socializzare", come dice lui. Mi racconta di quando dentro i mezzi tini, usati dai pescatori per raccogliere e stivare il pesce, remando con le mani, raggiungevano "i pali" per fregarsi un paio di chili di cozze. " Oggi i ragazzi non socializzano più ", stanno davanti al computer, che lui odia, e non socializzano. Andava a scuola con "i mezzi", e anche quello era un momento buono per socializzare. Perchè lui le scuole le ha fatte tutte. E anche due anni di ingegneria, poi abbandonata per amore di una donna sposata, dalla quale aveva avuto un figlio. E allora aveva iniziato a lavorare sulle piattaforme come subacqueo altofondalista, che si guadagnava bene.
Lui, il '68 l'aveva fatto. Era del movimento studentesco e il suo attivismo gli era valso il servizio militare in una "bella" caserma punitiva a Spilimbergo. In caserma aveva trovato tutti "compagni", con i quali era entrato subito in sintonia. Si regolavano tra loro per i turni di servizio, perchè quando c'è accordo tra le persone non c'è bisogno di autorità. E questa è l'anarchia, mi spiega, non caos come si pensa. Questa è un po' la sua vita, conclude, una vita passata a mare perchè "io lontano dal mare, più di un giorno, non ci resisto".
" E mò vai, sennò ti perdi la bella giornata".

27 ottobre 2009

Naufragio


Ho perso uno dei miei maestri. Mi ha tradito o, forse, ha solo tradito l'idea che io avevo di lui. Mi ha colpito alle spalle. Ho seguito gli insegnamenti del karate-do avendo come punto di riferimento il suo esempio, il suo comportamento esemplare. Comportamento che ho scoperto essere solo di facciata. Ho scoperto l'altra metà di un uomo che si nasconde da sempre. Un uomo che di giorno veste i panni di "maestro gentiluomo" e di notte striscia lungo i muri in cerca di pollai da saccheggiare. Ancora non provo rabbia per quello che ho subito, ma solo dolore. Dolore per una perdita importante, per un lutto, un altro lutto che mi sta segnando. Non ho un futuro con quest'uomo, ma ho un passato importante. Seguendolo, ho percorso un cammino che ha attraversato momenti importanti della mia vita. Ma, evidentemente, non seguivo un maestro, bensì gli insegnamenti che mi arrivavano attraverso un fantoccio che sembrava credibile. Ho perso un affetto ma rimane tutto il resto: tutto quello che inconsapevolmente mi è stato dato, tutto quello che ho preso, tutto quello che ho costruito. Sono addolorato e non provo pena per l'inferno che sta vivendo quest'uomo a causa delle sua follia. Ho ricevuto un'ultima lezione e non ho ancora capito quale sia.
Per questa e tutte le altre che ho ricevuto dico: grazie a te, nonostante te.
Non credo che un maestro debba essere necessariamente e assolutamente coerente per portare un insegnament0 di valore, perchè una coerenza intransigente calpesta chi ti sta vicino. Ma sicuramente deve essere onesto e ammettere le proprie debolezze e i propri limiti. Solo così darà valore al proprio insegnamento, dimostrando di essere un uomo che percorre una via di miglioramento. Mostrando le proprie imperfezioni non perderà autorità perchè rimarrà sempre la guida che conduce chi lo segue. Un maestro non è sopra i suoi allievi, ma è con loro, uno o dieci passi avanti. La luce che porta con se non è "la Verità assoluta a cui aspirare" ma una luce che illumina il cammino dei suoi allievi e il suo. Un maestro da e riceve, se si pone al di sopra dei suoi allievi interrompe questo amorevole scambio e cessa di essere un maestro. Esclude il cuore e rimane la sola testa. E allora meglio la lettura di un buon manuale.
Un maestro deve essere onesto e coraggioso.
Ad essere onesti e coraggiosi spingo i miei figli, nei quali mi specchio ogni giorno.

Nel mio kayak si è aperta una profonda falla. Devo ripararla e riprendere al più presto la navigazione.

18 ottobre 2009

Il popolo italiano?


"...Salvo quel che è di comune dominio, so pochissimo di vita e miracoli di Silvio Berlusconi, il cavaliere. Molto più di me ne saprà sicuramente il popolo italiano, che una, due, tre volte lo ha insediato sulla poltrona di primo ministro. Ebbene, come di solito si sente dire, i popoli sono sovrani, ma anche saggi e prudenti, soprattutto da quando il continuo esercizio della democrazia ha fornito ai cittadini alcune nozioni utili a capire come funziona la politica e quali sono i diversi modi di ottenere il potere. Ciò significa che il popolo sa molto bene quel che vuole quando è chiamato a votare. Nel caso concreto del popolo italiano- perchè è di esso che stiamo parlando, e non di un altro (ci arriveremo)- è dimostrato come l'inclinazione sentimentale che prova per Berlusconi, tre volte manifestata, sia indifferente a qualsiasi considerazione di ordine morale. In effetti, nel paese della mafia e della camorra, che importanza potrà mai avere il fatto provato che il primo ministro sia un delinquente? In un paese in cui la giustizia non ha mai goduto di buona reputazione, che cosa cambia se il primo ministro fa approvare leggi a misura dei suoi interessi, tutelandosi contro qualsiasi tentativo di punizione dei suoi eccessi e abusi di autorità?..."

"Il quaderno"
Josè Saramago


Se esistesse un popolo italiano, si dovrebbe vergognare.
Del resto, se esistesse, avrebbe un inno nazionale.
Non una burla come questa.
Se ne parla su Carmilla.

Memorie abusive


Subisco un'altra lapide abusiva in memoria di uno, morto ammazzato per uno sgarro.
L'affissione di simili lapidi è un gesto violento e arrogante.
Un gesto rabbioso che trasforma il ricordo in minaccia.
Non ti dimenticheremo diventa non dimentichiamo.
Un gesto che non esprime dolore perchè è senza pudore.
Un gesto vuoto.
Pura pornografia.

Una luce

Ogni tanto, una luce ti sbatte in faccia e, come un colpo di bastone, ti risveglia:

"Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che intuisce un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo."

"I giusti"
Jorge Luis Borges

E con un po' di calore in corpo riprendi a pagaiare.


03 febbraio 2009

Il Grigio




Uno che muore rapinando a mano armata.
Uno che uccide il suo rapinatore.
Uno che inchioda, prepotente, una lapide in memoria del rapinatore.
Uno, che lo amava, urla, si consola e si perdona e pone a ornamento
immarceorribili fiori di plastica.
Uno che non la rimuove, complice e corrotto.


È grigio, tanto che quasi non si vede l'0rizzonte.

02 febbraio 2009

Pesca in rete.


(ma che bel suono ha il norvegese!)