Ismaele dice :« ...
andarmene un pò per mare, a vedere la parte del mondo ricoperta dalle acque. È uno dei miei sistemi per scacciare la tristezza e regolare la circolazione del sangue. Ogniqualvolta mi accorgo che la ruga attorno alla mia bocca si fa più profonda; ogniqualvolta c'è un umido tedioso novembre nella mia anima...; e, specialmente, ogniqualvolta l'insofferenza mi possiede a tal punto che devo far appello a un saldo principio morale per trattenermi dal discendere in strada e buttar giù metodicamente il cappello di testa ai passanti, giudico allora che sia venuto il momento di prendere il mare al più presto possibile...»
Io, Morquan, prendo il mare con il mio kayak rosso.

19 aprile 2011

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Vittorio Arrigoni ora é qui.


29 gennaio 2011

Come un'onda.


Le chiavi, non le trovo mai. Eppure sono tante, pesano, suonano.
Trovate. Mentre apro la porta, mentalmente metto in sequenza le poche mosse che mi porteranno a chiudere la giornata.
E' tardi, anche oggi ho fatto tardi.
Piatti, panni, cibo. Lavello, lavatrice, cucina.
Rapida occhiata alla volta della grotta che abito.
La macchia di umido che ho sulla testa è viva.
Frigorifero. Mi apro una birra e sento troppo silenzio.
Accendo la televisione.
Primo sorso. Troppo lungo, rischia di essere l'unico.
Telecomando. E' iniziata da un pezzo la trasmissione con il bravo scrittore e il buon conduttore, troppo buono per i miei gusti.
Apro il rubinetto. Acqua, spugna e detersivo.
Attacco con i bicchieri e le tazze.
Per ultima la padella: dà grande soddisfazione.
Dal lavello d'acciaio note di sottofondo.
Il buon conduttore cambia tono.
E' morto Mario Monicelli, dice, si è suicidato.
Le parole mi sbattono sul petto ed espiro un piccolo gemito.
Resto sorpreso dalla mia reazione. Ma ho la sensazione di dolente vuoto che si avverte nella mancanza di un affetto di riferimento.
Per la sua passione e il suo rigore adolescenziale, mi era compagno.
Per i suoi occhi sugli uomini, mi è maestro.
Era la storia e la voglia di futuro. Ero contento che ci fosse.
Malato e depresso, dicono. Ha mollato, con rabbia penso.
Poi l'inopportuno e irritante applauso in studio,
per cancellare il lutto.
Si usa così da noi: per scacciare il dolore si battono le mani.
La notte passa e mi sveglio con i notiziari del mattino.
Malato e depresso ripetono, a 95 anni si è lanciato dalla finestra.
Acqua sul fuoco, per il mio caffè lunghissimo.
Poco zucchero, perchè l'amaro che ho in bocca
ha bisogno di una terapia a scalare.
E, prima dei miei, indosso i panni del Vecchio.
95 anni e malato,
e i soffici ricordi di una vita fortunata in cui sprofondare e perdersi.
No, non avrei la forza di girare la maniglia e saltare.
Stendo miele di castagno: ne sto venendo fuori.
Penso al Vecchio così pieno che non si rassegna e sceglie il vuoto.
Penso al Vecchio così vivo che decide di morire.
Aggiungo zucchero al caffè: sono pulito.
Non si è spento un uomo.
E' esplosa una vita.
Come un'onda che frange.





11 gennaio 2011

Più o meno



Non sono analizzabile entro un insieme finito di elementi.
Non sono riferibile alla matematica del discreto.


SONO ANALOGICO.




09 dicembre 2010

Il salotto buono


Passeggio per il "salotto buono" della città. Molta gente per la strada. Fatico per il mio ginocchio stanco. Mi urtano e devo fare attenzione. Quindi alzo gli occhi, focalizzo l'obbiettivo che voglio raggiungere e procedo schivando e attaccando. Tempo, distanza e premonizione, così cerco di eludere il flusso di umanità che si muove in senso contrario al mio.
Osservo l'orda nemica e, dopo un attimo di smarrimento, divento spietato.
Voglio il sangue di questo esercito di miserabili, vestiti di cartamoneta, che, ruttando un vocabolario di dieci parole, nascosti dietro paraocchi fumè, brigano per un posto in fila all'ingresso di cappelle gentilizie, per comprare un chilo di interiora di pollo al prezzo di un uovo d'oro.
Ma sono troppi e io mi sento solo.
Fuggo dal salotto e batto in ritirata nel mio sottoscala.
A calcolare una nuova rotta.




21 novembre 2010

Le belle bandiere


"Cosi mi desto,
ancora una volta:
e mi vesto, mi metto al tavolo di lavoro.
La luce del sole è già più matura,
i venditori ambulanti più lontani,
più acre, nei mercati del mondo, il tepore della verdura,

lungo viali dall'inesprimibile profumo,
sulle sponde di mari, ai piedi di vulcani,
tutto il mondo al lavoro, nella sua epoca futura.

Ma quel qualcosa di "bianco"
che a lettere greche
mi presentò, irrevocabile, il sogno conoscitore,
mi rimane addosso - vestito,
al tavolo di lavoro.
Membrana, pasta, o calce
nelle ciglia, agli angoli degli occhi:
il biancore baroccamente friabile,
di spugnoso materiale comacino, del sole nel sonno.

Di quel biancore fu il sole vero,
furono i muri delle fabbriche,
fu la stessa polvere (nei pomeriggi secchi, quando
il giorno prima è un poco piovuto)
furono gli stracci di lana,
le giacchettacce bige e i calzoni sfilacciati
degli operai:
fu di quella sostanza
la calura oppressa dal ricordo di primavere
sepolte da secoli
in quegli stessi sobborghi o paesi,

- e pronte, Dio!
pronte a rinascere,
su quei muretti, su quelle strade.
Su quei muretti, su quelle strade,
imbevuti di strano profumo,
asiatico - primule, strame, passaggi
di vecchie pecore scure - fiorivano nel tepore
i meli, i ciliegi. - E il colore rosso
aveva una brunitura, come
se fosse immerso in un'aria di caldo temporale,
un rosso quasi marrone, ciliege come prugne,
pometti come susine: e occhieggiava, quel rosso
tra le brune, intense
trame del fogliame, calmo, come la primavera
non avesse fretta,
volesse godersi quel tepore in cui fiatava il mondo,
quelle grida di operai, che erano quasi silenzio,
solenni e attutite,
nel biancore
del caos di muretti, marciapiedi di terra fangosa,
sagome di fabbriche.

E, su tutto, lo sventolio,
l'umile, pigro sventolio
delle bandiere rosse. Dio! belle bandiere
degli Anni Quaranta!
A sventolare una sull'altra, in una folla di tela
povera, rosseggiante, un rosso che traspariva
violento, con la miseria delle tovaglie,
dei copriletti di seta, dei bucati delle famiglie operaie,
- ma col fuoco delle ciliege, dei pomi, violetto
per l'umidità, sanguigno per un po' di sole che lo colpiva,
ardente rosso affastellato e tremante,
nella tenerezza eroica d'un'immortale stagione."


Pier Paolo Pasolini: "Le belle bandiere"